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Mentre Morivo Podcast puntata #37 – La Morte di Irene Garza

“Mio padre era solito dire che la ragione per vivere era prepararsi a restare morti molto a lungo”. Questo fa dire alla protagonista William Faulkner nel suo romanzo “Mentre Morivo”, ma le storie che voglio raccontarvi non sono purtroppo letteratura. Mentre Morivo Podcast è lo spazio in cui vi parlo di donne che sono state uccise per mano di chi voleva vederle zitte e buone. Donne che non hanno mai ottenuto giustizia, le cui storie sono ancora avvolte dal mistero e rischiano di andare dimenticate.
Questa è la nuova stagione, ed è sempre scritta e narrata da me, Marica Esposito, con l’editing di Stefano DM e in collaborazione con Spreaker Prime.

La vigilia di Pasqua del 1960 Irene Garza va in chiesa per confessarsi, è figlia di seconda generazione di immigrati messicani e vive a McAllen, in Texas. Giovane, gentile, intelligente, fa l’insegnante e ha soli 25 anni. Quando la sera non rientra a casa tutto il paese sa che è successo qualcosa di terribile e indicibile: Irene è mai uscita da quella sacrestia?

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Trascrizione del Podcast

L’8 dicembre 2017 davanti al tribunale della contea di Hidalgo, in Texas, c’è un gruppo di giornalisti che aspetta di sentire una notizia attesa ormai da decenni. Il palazzo è freddo e anonimo, è formato da diversi cubi di cemento beige che si intersecano tra loro, la luce entra solo da una fila di finestre. Dentro l’aula principale, nelle panche di legno, si accomoda pian piano la giuria formata da 12 persone, arrivano i familiari della vittima, qualche conoscente, entra il pubblico ministero e infine lui: John Feit. È un uomo anziano, ha superato gli ottanta, cammina ricurvo e tremante spingendo un deambulatore. Gli occhiali da vista con la montatura a goccia sono simili a quelli che indossava nell’aprile 1960, quando – secondo l’accusa – ha violentato e ucciso Irene Garza.

Irene ha 26 anni, ha origini messicane e vive a McAllen, la città più grande della Contea di Hidalgo, in Texas. Cadillac tirate a lucido, cappelli da cowboy e musica country si mescolano alla cucina e alla cultura ispanica. La sua famiglia gestisce una piccola catena di lavanderie, gli americani li guardano ancora dall’alto in basso, ma lei ha sempre avuto l’animo da pioniera: mentre frequenta la McAllen High School diventa la prima messicana-statunitense a entrare nella squadra di Twirling e fare la majorette. Ma è anche la prima della famiglia Garza a studiare al college, laurearsi e fare l’insegnante. Nel mezzo viene incoronata reginetta del ballo e vince anche il concorso di bellezza come Miss All Suoth Texas Sweetheart nel 1958.

Ma più di tutto, Irene è una cattolica praticante, e mentre iniziano gli anni ’60 e la guerra in Vietnam fa tremare le politiche di tutto il mondo, lei si dedica ad insegnare nella scuola elementare dove ci sono i bambini più fragili, compra loro i quaderni e le matite, quando i genitori non riescono a far quadrare i conti. Poco prima di sparire, imbuca una lettera di cinque pagine destinata a una cara amica, il timbro segna 9 aprile 1960: Irene parla di tutto, di un ragazzo che non riesce a dimenticare e della gioia di poter fare la maestra. Infine conclude: “Ricordi quando ti ho detto di aver paura della morte? Ecco, vado a messa tutti i giorni e prendo la comunione, credo di essere guarita, perché la fede mi dà una speranza incredibile.”

Una settimana più tardi, il 16 aprile, Irene esce di casa proprio in direzione della sua parrocchia: la Sacred Heart Church, che dista 20 isolati da casa. L’indomani è la domenica di Pasqua, quindi vuole pregare e confessarsi. Alle 6 e mezza del pomeriggio prende l’auto dei genitori e dice alla madre che sarebbe tornata dopo un’ora. È impossibile non notare Irene, gli spasimanti si sprecano e le ragazze la ammirano, in effetti sono in tanti a vederla in chiesa: c’è chi la guarda farsi il segno della croce, chi la vede mettere un velo a coprire la testa prima di inginocchiarsi a pregare, qualcun altro le cede la fila per la confessione, perché lei è di fretta, eppure nessuno la vede uscire dalla sagrestia. Perché Irene quella sera non torna a casa e l’indomani la macchina è ancora parcheggiata su un lato della strada, a pochi metri dal sagrato.

Che Irene andasse a confessarsi ogni settimana era un’abitudine, tanto che in famiglia si tiravano di gomito: “va ad espiare perfino i peccati che non commette”, la prendono in giro durante i pranzi insieme. Quello che non è da lei è rimanere fuori la notte, perfino senza avvertire. Quando i genitori non la vedono rincasare è chiaro sia successo qualcosa, per questo ne denunciano subito la scomparsa, e quella notte stessa sono in 70 a cercarla, tra questi ci sono anche dei poliziotti a cavallo.

La speranza di trovarla viva si spegne quando rinvengono la sua scarpa sinistra, è abbandonata sul ciglio della strada, come lanciata da un’auto in corsa, poco più in là c’è anche la sua borsetta di vernice nera. A questo punto tutta la città sa che ad Irene è accaduto qualcosa di terribile, tanto che il testimone che ritrova i suoi effetti personali, un collega insegnante, li sposta con un bastone, così da non cancellare le impronte digitali utili agli investigatori. Ma sulla borsa non rinvengono niente, all’interno invece c’è solo la patente della ragazza. Infine, tra i cespugli, viene ritrovata anche la veletta in pizzo. La polizia allora bussa a tutte le case nelle vicinanze della Sacred Heart Church, dragano i canali d’irrigazione, ispezionano la boscaglia, gli elicotteri sorvolano la città. Non c’è mai stata un’indagine così ampia e così sentita nella valle del Rio Grande, tanto che ovviamente, iniziano a circolare le prime speculazioni: c’è chi ubriaco si autoaccusa, chi per scherzo telefona a casa Garza fingendosi Irene, e chi dà la colpa a qualche vicino molesto.

Poi il giovedì successivo alla Pasqua, alle 7:40 del mattino, il suo corpo viene rinvenuto nel canale. La camicetta color lavanda è sbottonata, la sottoveste le copre la testa, non ha più addosso gli indumenti intimi e mancano anche le scarpe. L’identificazione tocca al cognato, il resto della famiglia è troppo sconvolta, ma anche lui non riesce a tenere gli occhi sul viso di Irene troppo a lungo: è stata picchiata selvaggiamente, l’assassino l’ha stordita e poi ha abusato di lei mentre era già caduta in un coma fatale, infine l’ha presumibilmente strangolata abbandonata nell’acqua. Quando la voce si sparge, in tanti conoscono in cuor loro una verità difficile da proferire ad alta voce: Irene è morta in chiesa.

Non ci sono indizi, nessun’impronta digitale, nessun testimone oculare, solo la traccia di scarpa lasciata nel fango e ormai quasi sbiadita. Ma il sindaco Phillip Boeye consegna al dipartimento di polizia un assegno in bianco, per lui gli investigatori hanno a disposizione tutto il denaro necessario per fare giustizia a Irene, e anche gli imprenditori di zona offrono ricompense da diverse migliaia di dollari per chiunque abbia notizie utili. 61 persone vengono sottoposte al poligrafo, vengono interrogati tutti i conoscenti, i colleghi e gli ex fidanzati di Irene, vengono sospettati tutti gli uomini con precedenti in reati sessuali, infine vengono chiamate in centrale tutte le persone che erano entrate in Chiesa la sera prima di Pasqua. Eppure, il colpevole è sempre stato davanti agli occhi di tutti, la polizia lo sorveglia da settimane.

Uno dei preti della Parrocchia è infatti John Feit, un ragazzo di 27 anni che ha da poco finito il seminario. Magro, spigliato e un po’ solitario, ha gli occhi e i capelli scuri, indossa sempre un paio d’occhiali con la montatura in corno, leggermente a goccia: è arrivato alla Sacred Heart Church per un anno di formazione, e ora celebra i battesimi, offre la comunione e recita i sermoni anche in spagnolo. La notte di Pasqua è lì per confessare i fedeli e poi assistere alla messa di mezzanotte, è lui quello che vede Irene per l’ultima volta?

La polizia gli fa spesso delle domande, in ogni occasione la sua testimonianza cambia leggermente: prima dice di aver confessato la ragazza nel santuario, poi di averla incontrata in privato in sacrestia. Quello che salta all’occhio però sono le sue braccia, livide e con diversi graffi. Indagando intorno alla chiesa risalgono a un’altra ragazza, Maria America Guerra, anche lei messicana di origine e incredibilmente somigliante a Irene: stessi capelli neri con un accenno di frangetta, stessa fisionomia alta e slanciata e stesso rossetto rosso. Maria aveva denunciato un’aggressione il 23 marzo, tre settimane prima che Irene venisse uccisa. La ventenne si trovava nella Sacred Heart Church a Edimburg, stavolta, poco distante da McAllen, quando si è resa conto che un uomo che l’aveva seguita con la sua berlina bianca per tutto il pomeriggio si trovava anche lì, seduto su uno degli ultimi banchetti. Quando si era avvicinata all’altare per inginocchiarsi e pregare il rosario, lui le si era accostato provando a metterle uno straccio sulla bocca, in preda al panico era però riuscita a mordergli le dita talmente forte da farlo sanguinare e scappare via da una porta laterale della chiesa.

Oggi conosciamo molti degli abusi perpretrati nell’ambiente clericale, ma negli anni ’60 e in una cittadina del sud degli Stati Uniti, ancora in gran parte rurale e abitata da molti immigrati, il solo pensiero che un prete potesse macchiarsi di un delitto era indicibile, tanto che durante una messa successiva al funerale di Irene, il prete aveva intimato ai fedeli di non far circolare nessuna voce riguardo a un sacerdote assassino, e anzi, di non osare neanche pensarlo.

Nel frattempo la polizia ha dragato il canale alla ricerca di qualche indizio utile e poco lontano dal punto dove era stata abbandonata Irene trovano un visore per diapositive, è un piccolo apparecchio portatile con cui è possibile guardare le immagini fotografiche senza la necessità di stamparle: negli anni ’60 erano abbastanza diffusi, nel caso specifico si tratta di un Eastman Kodaslide color verde chiaro che sembra una cornetta telefonica. Lo schermo va appoggiato al viso e in uno scomparto basta inserire la slide per vedere la diapositiva ingrandita e retroilluminata. Ma a chi appartiene? A farsi avanti, ancora una volta, è John Feit. Gli investigatori non si fanno scappare l’occasione di interrogarlo per bene, anche sui graffi. Il sabato sera prima di Pasqua, fa mettere a verbale, aveva visto Irene tra le 19:15 e le 19:20, poi aveva passato un paio d’ore a confessare i fedeli, prima di fermarsi in canonica a fumare una sigaretta. Proprio mentre era nel confessionale aveva accidentalmente rotto gli occhiali da vista, per questo si era dovuto allontanare per tornare nella sua residenza pastorale, a otto chilometri dalla Sacred Heart Church.

Era notte, non aveva con sé le chiavi, e allora si era dovuto arrampicare fino a una finestra graffiandosi tutti gli avambracci. Infine era tornato in chiesa per apprendere della scomparsa di Irene, per cui era rimasto particolarmente turbato, aveva quindi passato le ore successive in piedi a vagare e pregare per lei. Ma come ci è finito il visore nel canale? Questo non sa spiegarselo. E Maria America Guerra, la conosceva? Certo, ammette di guidare una berlina blu e bianca, e di essere stato nella chiesa di Edimburg proprio quel 23 marzo, ma solo per incontrarsi con un prete. Sono in diversi, nei giorni successivi, ad aver notato che aveva le dita fasciate. Una casualità decisamente curiosa. Quando lo sottopongono al poligrafo le sue risposte sicure e sprezzanti lasciano di ghiaccio gli esaminatori: “Non ci sono prove contro di me, di fatto senza la mia confessione non potete farmi nulla.” dice poco prima di lasciare la centrale.

Quando nell’agosto del 1960 vanno a bussare alla residenza pastorale per arrestarlo lui ha già lasciato lo Stato. Non sono lì per Irene, ma per la tentata aggressione a Maria Guerra. Lo cercano per settimane e quando alla fine riescono a prenderlo lui accetta di patteggiare e paga una multa di 500 dollari. Nel corso dei mesi e poi degli anni, l’omicidio viene abbandonato sia dalla polizia che dall’opinione pubblica: forse non ci sono abbastanza prove, o forse sfidare la Chiesa non è un’affare che conviene. I genitori di Irene moriranno negli anni ’90, senza aver mai avuto la certezza di chi avesse strappato loro una figlia, ma un giorno accade un fatto strano. Si presenta a casa Garza Padre O’Brian, il prete più anziano della parrocchia, l’uomo dice alla famiglia che Feit sarebbe stato mandato in un monastero, e che la pena della Chiesa sarebbe stata più dura di quella emessa da qualsiasi tribunale.

Il caso di Irene Garza rimane un cold case per 42 anni.

E poi arriva il nuovo millennio.

Nel 2002 il Boston Globe pubblica un’indagine che scoperchia uno dei peggiori scandali della storia della Chiesa. Il caso Spotlight porta all’incriminazione di cinque sacerdoti colpevoli di aver abusato sessualmente di minori, ma la bomba mediatica esplode e solo nell’area di Boston si fanno avanti 552 vittime. L’arciocesi della città accetta di pagare quasi 100 milioni di dollari in risarcimenti e il Boston Globe si aggiudicherà l’anno dopo il Premio Pulitzer per il servizio pubblico.

Così, nel pieno della bufera di notizie e denunce, un detective della omicidi di San Antonio risponde al telefono. È aprile, un pomeriggio pigro e annoiato di primavera, George Saidler quasi non crede alle sue orecchie, dall’altra parte del telefono c’è un ex sacerdote di Oklahoma City. L’uomo, Dale Tacheny, gli racconta tutto d’un fiato di avere delle informazioni importantissime sul caso di Irene Garza, sa chi è il colpevole e non vuole più mantenere il segreto.

Nel 1963, racconta, era sacerdote in un monastero del Missouri e un giorno aveva confessato un altro prete che era stato trasferito lì dalla zona di Hidalgo. Nel confessionale l’ha dovuto perdonare per aver aggredito e ucciso una ragazza la vigilia di Pasqua, e per tutti quegli anni ha mantenuto il segreto della confessione. Incredibilmente l’uomo accusato è ancora vivo: si chiama John Feit, ha ormai 69 anni, non ci mettono molto a trovarlo. Negli anni ’90 il suo nome era apparso proprio nel fascicolo inerente agli abusi dei preti pedofili, perché dopo essere andato via dalla Rio Grande Valley lasciandosi la Sacred Heart Church alle spalle era arrivato a fare carriera in un monastero del Missouri e lì aveva dato supporto e incarichi importanti a diversi preti, tra cui James Porter, che durante lo scandalo Spotlight ammetterà di aver molestato oltre 100 bambini, proprio grazie al silenzio dei suoi superiori. Alla fine Feit negli anni ’70 aveva poi dismesso la tonaca, si era sposato, aveva avuto tre figli e per mantenere la famiglia si era dato alla vendita di assicurazioni.

Quando i Texas Ranger lo trovano e gli nominano Irene lui è un anziano, un nonno con la schiena ricurva e le rughe profondissime. Risponde solo “quell’uomo non sono io, quell’uomo non esiste più.”. Il caso viene riaperto ma Feit non sembra voler collaborare e l’unica pista utile è quella della confessione ricevuta da Tacheny: il sacerdote che lo accusa racconta di aver espiato i peccati di Feit ma di non aver mai dimenticato quello che aveva fatto alla ragazza. L’aveva confessata nella canonica, lontano dallo sguardo degli altri fedeli e quando lei aveva chiuso gli occhi per pregare l’aveva imbavagliata, legata e nascosta nel seminterrato della chiesa. Aveva poi passato la serata ad ascoltare le altre confessioni prima di tornare da lei. Non è chiaro cosa le abbia fatto, probabilmente ha abusato di lei, forse l’ha picchiata, infine la domenica di Pasqua l’ha annegata in una vasca da bagno e poi l’ha trasportata in auto fino al canale dove ha abbandonato i suoi resti.

Tacheny è a tutti gli effetti un testimone, ma non ci sono molte altre prove per portare il caso in tribunale: chi altro c’era rimasto di ancora vivo che era disposto a battersi per dare giustizia a Irene? La polizia di Hidalgo torna a riesaminare i documenti, non risultano impronte né DNA ma in chiesa c’era un altro prete quella sera, proprio padre O’Brien. Gli fanno poche domande prima che anche lui crolli e dica tutto: aveva sospettato subito di Feit, l’aveva trovato strano durante le ricerche di Irene, aveva lunghi graffi sulle braccia e si allontanava spesso senza un apparente motivo, tanto che un giorno l’aveva seguito in auto. Pochi giorni dopo il ritrovamento della ragazza l’aveva affrontato e il giovane prete aveva ammesso anche a lui di aver ucciso Irene in canonica. Nonostante queste nuove rivelazioni il procuratore distrettuale si rifiuta di portare Feit in aula e il caso si chiude il 9 giugno del 2004.

Ma se è vero che la verità è figlia del tempo, John Feit non si sarà stupito quando sulla porta di casa gli è arrivato prima un mandato di estradizione e poi l’invito a presentarsi in aula. Nel 2014 il procuratore distrettuale che si era opposto con tutte le forze al processo è stato sostituito da Ricardo Rodriguez che due anni dopo ha chiesto invece l’arresto dell’ex prete. Quando Feit finalmente arriva in aula non ha più il colletto ecclesiastico, ma gli occhi fissi nel vuoto e due avvocati che provano a difenderlo. Durante le udienze vengono presentate le prove di un depistaggio da parte degli altri prelati, e sia Techeny che O’Brian testimoniano contro l’ex prete. Lui continua a dichiararsi innocente e perfino quando lo condannano all’ergastolo non lascia trapelare alcuna emozione.

Alla fine, John Feit muore in carcere nel 2020 di cause naturali. Aveva 88 anni e ha scontato solo pochi mesi della sua condanna. Non ha mai confessato, né raccontato i dettagli dell’omicidio. Oggi sappiamo il nome dell’assassino di Irene Garza, ma è davvero impossibile dire che abbia ricevuto giustizia: la vigilia di Pasqua nel 1960 era entrata in Chiesa per pregare e confessarsi, si è invece trovata di fronte al male più autentico che esista: quello banale, spietato, semplicemente umano.

Se senti di essere in una situazione di pericolo chiama il 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking.

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