La Morte di Geltrude Pellegrini nel Podcast Italiano True Crime Mentre Morivo. Mastro Titta, il boia di Roma.

Mentre Morivo puntata #13 – La Morte di Geltrude Pellegrini (speciale Halloween)

In questa puntata speciale ci ritroviamo nel 1838 per ricordare, con le parole del famoso boia che l’ha giustiziata, Geltrude Pellegrini: assassina spietata o giovane innamorata?

MENTRE MORIVO è un podcast scritto, narrato e prodotto da Marica Esposito con la collaborazione di Stefano DM.

Trascrizione del Podcast

Lord Byron di orrori ne ha visti e sentiti tanti, si potrebbe dire che sia stato addirittura l’ispiratore di una delle più celebri figure del gotico: il vampiro moderno, sensuale e misterioso. Mi riferisco proprio a quella famosa sera a Villa Diodati, quando insieme al suo fidato medico Polidori e al suo amico Percy Shelley con la futura moglie Mary, e la sorellastra Claire si riunì per raccontarsi l’un l’altro storie di fantasmi e scriverne una che facesse davvero paura. Se Byron e Shelley non furono in grado di dar vita a granché, Polidori gli rubò l’immagine e il fascino per scrivere The Vampyre, un racconto che diventerà poi la base per il Dracula di Bram Stoker, mentre Mary mise nero su bianco la bozza di Frankenstein. E’ una sera di giugno del 1816 sul lago di Ginevra che la letteratura gotica apre le sue magnifiche ali di pipistrello per affermarsi come genere immortale.

State ascoltando Mentre Morivo, storie di donne… assassine. Questo è lo speciale di Halloween, una storia un po’ diversa dal solito ma sempre raccontata da Marica Esposito e Stefano Di Murro.


Bello e dannato, comunque, Lord Byron quella notte non si spaventò tanto quanto l’anno dopo, quando arrivato a Roma, vide all’opera il boia più famoso di tutti: Mastro Titta. Francesco Trani, Felice Rocchi e Felice Simone sono tre poveri furfanti condannati alla decapitazione per omicidi e rapine e tra la folla della piazza c’è proprio Byron. È il 19 maggio del 1817. I tre sono spaventati e non ne fanno mistero, urlano e piangono invocando una pietà che non sarebbe arrivata, lo scrive lo stesso poeta in una lettera indirizzata a un amico. Prende il binocolo da teatro per guardare meglio ma quasi gli cade di mano quando la prima esecuzione viene portata a termine, perché le urla sono tali da indurre il prete a pregare a voce più alta. Trema a vedere tanto orrore e se ne va sgomento a scriverne nei suoi taccuini. Incredibile ma vero, la mano che ha eseguito la condanna e il poeta venerato come una rockstar hanno proprio la scrittura in comune: perché Mastro Titta, al secolo Giovanni Battista Bugatti, diventerà tanto famoso non solo per aver speso la sua intera vita sul patibolo, ma anche per le sue memorie minuziosamente conservate.
Il boia di Roma, da Pio VI a Pio IX esercitò la professione con solerzia, con una media di 7 esecuzioni al mese. La Città Eterna, infatti, in quel periodo era sotto l’egida di una monarchia assoluta che esercitava il suo potere alla stregua di qualsiasi tiranno. La pena di morte era inflitta a chiunque osasse sfidare le leggi vaticane. Anche se era inviso dal popolo e non poteva attraversare a città senza il rischio di essere linciato, lo spettacolo che proponeva era anche amato dai cittadini, che si riunivano intorno al patibolo per vessare i condannati. La passione del boia per la scrittura è
stata in realtà una vera fortuna per storici e studiosi, perché oggi siamo in grado di ricordare e datare perfettamente tutte le sue vittime: 516. E’ tra queste che spicca la storia della donna di cui vogliamo parlarvi oggi.


Geltrude Pellegrini è una giovane di Monteguidone (oggi diventati due comuni nelle Marche, in provincia di Fermo), figlia unica e amatissima, la corteggiano tutti in paese: è bella, intelligente, fa di conto e tratta tutti con gentilezza regalando sorrisi a chi incontra. Non ha nemiche né rivali perché Geltrude lo ripete a tutti: Non mi sposerò mai, non voglio padroni, ma essere libera di fare quello che voglio, quando voglio. I genitori invece la invogliano ad ogni occasione, non può rimanere da sola quando loro presto se ne andranno, non sta bene per una donna non maritarsi. Ma Gertrude non vuole sentire ragioni, la cosa che più ama fare è starsene per conto suo, in mezzo alla campagna a leggere e l’amore lo preferisce immaginato piuttosto che vissuto. E’ proprio mentre è immersa nei suoi pensieri nella boscaglia vicino casa che la sua giovane vita viene stravolta per sempre: è agosto, fa caldo, e i rumori della campagna risuonano limpidi nell’aria. E’ un fruscìo di foglie a farla trasalire… un uomo le si avvicina, si è perso, è un cacciatore finito lì per caso in cerca di prede. Gertrude non si spaventa e risoluta gli indica la via per Roma, mentre lei si incammina dalla parte opposta verso casa. Eppure quella notte non chiude occhio, la mente non riesce a leggere le parole che vede sul libro e alla fine rinuncia, si fa l’alba in un secondo mentre non smette di pensare al giovane sconosciuto.


Il giorno dopo torna al solito posto, sotto gli alberi, ed Enrico è lì. Così si presenta il giovane, biondo e con gli occhi che le sembrano sinceri. Si dichiara subito: le dice che si è innamorato all’istante di lei e che non immagina di rimanere un solo giorno senza la sua compagnia. I minuti diventano ore e poi giorni. Enrico e Geltrude sono inseparabili, si incontrano ogni volta che possono e diventano sempre più intimi. La giovane è diventata la protagonista di un romanzo che sta finalmente scrivendo anziché leggere, e quella solitudine che si era sempre promessa ora le sembra una sciocchezza. Ma l’inverno si sta avvicinando, e l’unica cosa a cui pensa è che non potrà incontrare il suo amato nel bosco. Dovranno rendere ufficiale il legame. così, senza troppi giri di parole glielo dice. Enrico, messo alle strette, deve confessarle una verità amara: è già sposato. La notizia la colpisce al cuore come un colpo ben assestato tra le costole, non riesce a dire nient’altro se non “addio”.


Tre mesi dopo le campane suonano a festa, sono tutti increduli perché Geltrude si è finalmente maritata: “prima o poi ci cascano tutte”, bisbigliano le comari, sopratutto se s’incontra un giovane ricco come il suo! Un bottegaio di Roma ormai quarantenne che quasi aveva perso le speranze a corteggiarla. Dopo il viaggio di nozze Geltrude finisce a lavorare in uno dei suoi negozi, e anche se vive a poche decine di metri da Enrico non l’ha mai incontrato, pur pensandolo di frequente. I giorni scorrono lenti e tutti uguali, finché un giorno viene distratta dalla nenia di un pianto. E’ un corteo funebre che sta passando lì di fianco: “poverina, è la moglie del sor Enrico, è morta di parto” sente dire. Non ci pensa un attimo e si affaccia: il suo cacciatore è lì, come lo ricordava, si sente così male da avere un mancamento che spaventa tutti. Dopo qualche giorno, la sorpresa: le arriva un foglietto accartocciato tra le mani: “Vediamoci a San Pietro”.

Non andrò, si ripeteva Geltrude, ma alla fine si presenta e gli incontri con Enrico ricominciano da dove si erano interrotti. La passione ritorna bruciante, e insieme la disperazione per il destino beffardo. E se fossi libera? Continuava a ripetere. “Certo che ti sposerei!” rispondeva lui. A casa ci sta sempre meno e quando il marito chiede, dissimula, finge di patire solo un po’ di stanchezza ma lo guarda ormai con disprezzo, è il solo ostacolo alla vita felice che merita di vivere insieme al suo Enrico. Bisogna mettere fine a quel supplizio. Pazza d’amore una sera si mette ad affilare il coltello più lungo che ha, studiando per filo e per segno il piano. Attende il marito che torna da lavoro, lo seduce e lo avvolge in una notte d’amore e quando è sicura stia dormendo lo pugnala dritto al cuore. Rimane a fissarlo per qualche minuto, poi lo copre, si veste e fa di fretta i bagagli per correre da Enrico. Arriva da lui quasi all’alba, lo sorprende quell’arrivo inaspettato e sulle prime non capisce. Quando Geltrude le confessa tutto, si tira indietro, rabbrividisce al pensiero di cosa è stata capace. La delusione sul volto della ragazza è una smorfia di dolore che viene dal profondo, se avesse avuto con sé il coltello avrebbe forse messo fine anche alla vita di quello che pensava essere l’amore della sua vita. Si accorge in un attimo che tutta la passione che aveva provato si è dissolta, un fantasma negli occhi spaventati di lui. Prende le poche cose che ha ed esce dalla porta, vedendosela subito sbarrare alle spalle.

Geltrude non pensa un solo attimo a scappare ma si fa portare, stanca e delusa, dal fiscale per confessargli tutti. Non rivela il nome dell’amante ma tutto il resto sì: l’omicidio del marito per amore e poi il pentimento. Sa di meritarsi una punizione ed è lì per accettarla. Geltrude viene subito arrestata e condannata a morte. Il 9 gennaio 1938 Geltrude mette una veste scura, è pallida ma non abbattuta, si confessa e si incammina decisa verso il patibolo. Sale gli scalini, si guarda intorno, la folla è commossa e silenziosa come non mai. Bacia il crocifisso e porge la testa alla mannaia.
Quando Mastro Titta, dopo aver azionato la ghigliottina, alza la sua testa davanti al popolo sa di aver sentenziato una donna che per amore è diventata un’assassina spietata.

(c) 2021 – Mentre Morivo
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Fonti

Mastro Titta su Wikipedia
Manoscritto d’epoca / elemosine raccolte durante l’esecuzione di Geltrude

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