La Morte di Susy Marsala nel Podcast Italiano True Crime Mentre Morivo

Mentre Morivo puntata #7 Susy Marsala

Susy si è sposata molto giovane con il fidanzato di una vita, Francesco, ed è sicura che manchi poco a realizzare il suo sogno. Purtroppo non è così, perché il 17 novembre 1998, alle 14 del pomeriggio e a soli 27 anni, scompare misteriosamente.

MENTRE MORIVO è un podcast scritto e interpretato da Marica Esposito. Montaggio, produzione e sound design di Stefano DM.

Trascrizione del Podcast

Via Monte Frasca è una stradina qualunque di Siracusa, una città storica della costa ionica della Sicilia. Come molte strade del profondo sud è attorniata da campi, ai lati villette variegate spesso costruite da chi dopo la guerra cercava un posto per metter su famiglia. L’asfalto è chiaro bruciato dal sole, la polvere si mischia con le risate dei pochi bambini, tutto è tranquillo perché in casa ci si chiude, si parla sottovoce, si cerca di non disturbare. Assunta Marsala conosce bene quella zona della sua città, ci va ogni domenica per pranzare a casa della mamma e proprio in quella strada si è trasferita la sorella Maria dopo essersi sposata. Sono gli ultimi anni del 1990 e Susy, come tutti la chiamano, non ha neanche 30 anni: il viso chiaro che quasi stride con le sue origini mediterranee, le labbra carnose e rosse, gli occhi chiari e gentili. Sembra più piccola della sua età e in effetti forse anche lei si sente ancora piccola, ha perso il papà che quasi neanche se lo ricorda e i sogni che custodisce sono semplici ma dettati da un’ingenuità pura: vuole una famiglia tutta sua, diventare mamma. Si è sposata molto giovane con il fidanzato di una vita, Francesco, ed è sicura che manchi poco a realizzare il suo sogno. Purtroppo non è così, perché il 17 novembre 1998, alle 14 del pomeriggio e a soli 27 anni, Susy scompare.

Viene ritrovata due mesi dopo nei campi circostanti Via Monte Frasca: una distesa impervia di Contrada Bufalaro, frequentata principalmente da allevatori col bestiame, e sono proprio due pastori a scorgere la sua sagoma: in lontananza quello che si vede è un manichino bianco, intonso, semi-vestito. Si avvicinano facendo attenzione al fango, perché quel giorno dei primi di gennaio aveva piovuto, e rinvengono quel corpo di donna: non ci sono molte ferite, Susy è vestita per metà: non ha il reggiseno, né il golfino o la maglietta, i vestiti non si trovano. Il corpo è adagiato sotto un traliccio dell’alta tensione in una posizione cosiddetta da schermitore: con un braccio proteso verso l’esterno e l’altro ripiegato verso il viso. Quando gli inquirenti arrivano sul posto, ancor prima di fare i rilevamenti del caso, le domande che affiorano sono tante: considerato l’avanzato stato di decomposizione in cui il corpo è e dato il clima che in quel periodo c’era, Susy deve essere stata portata lì dopo essere stata nascosta in un altro luogo, probabilmente al chiuso, con un’atmosfera molto più calda di quella che un gennaio freddo e piovoso suggerirebbe. D’altronde le suole degli stivaletti che ancora calza sono pulitissime, nessuna traccia di terra bagnata che invece si estende tutta intorno. E poi, quando è morta? E come è stata portata lì, se la zona non è praticabile con l’auto?

L’autopsia risponde ad almeno una delle domande: Susy è morta il giorno stesso della scomparsa, il 17 novembre precedente e probabilmente, strangolata o comunque soffocata. Non ci sono segni di violenza e il corpo non presenta le ferite provocate dagli animali che ci si aspetterebbe di trovare su un cadavere lasciato in un campo aperto per più giorni. La vicenda che pian piano si apre davanti agli occhi degli investigatori è una storia triste, fatta di fede bigotta e credenze popolari, tristezza – anzi, più verosimilmente depressione – e tanta solitudine.

Si scopre che Susy era sì riuscita a rimanere incinta qualche mese prima, come desiderava, ma dopo averlo comunicato felice alla famiglia, dopo poco tempo era incorsa in un aborto spontaneo. Il colpo era stato per lei durissimo, tanto da farla cadere in una tristezza profondissima, un baratro da cui non vedeva via d’uscita. Nel contesto in cui era cresciuta, in una situazione del genere, c’era solo una persona a cui potersi rivolgere in cerca di conforto: il prete del paese. E il prete in effetti sembra darle una soluzione: deve assolutamente farsi seguire da uno psicologo e le fa anche un nome: Piero Bellini, che già frequentava la parrocchia e aiutava il sacerdote nella cura dei tossicodipendenti. Susy frequenta la terapia e per un primo periodo sembra stare bene ma poi di nuovo il buio. Una sera cerca di accoltellare la madre urlandole: “Io sono il diavolo” e cacciando tutta la famiglia nella preoccupazione seria di una possessione demoniaca. E’ lampante: la ragazza ha continui sbalzi d’umore, piange o urla a seconda della circostanza, è sempre più debole perché mangia poco e dorme quasi nulla… In realtà Susy non è impossessata, è solo attanagliata dai sensi di colpa, con quello psicologo ha infatti intrapreso una relazione extra-coniugale, forse neanche del tutto consenziente, visto lo stato emotivo fragile in cui riversa, e dare quest’ennesima riprova della sua inefficienza nel ruolo di moglie diventa quasi insopportabile.

E’ qui che entra in gioco il cognato, Filippo Barbagallo, fervente evangelico pentecostale che la mette di fronte a un aut aut: deve trasferirsi immediatamente a casa sua e della moglie per sottoporsi a una cura che le consentirà finalmente di dire addio al demonio e tornare una ragazza spensierata. Nel registro degli indagati ci finisce subito, Barbagallo, insieme a Bellini accusato di esercizio abusivo della professione, perché in realtà psicologo non è, solo un sociologo attivo nell’assistenza ai bisognosi. Il cognato, durante gli interrogatori, racconta che la ragazza era scappata in un lampo, quel 17 novembre. Mentre aspettavano che la pasta cuocesse, infatti, si era allontanata per andare in bagno a fumare e quando l’aveva raggiunta non l’aveva trovata, era scappata dalla finestra del garage e quando lui e la moglie erano usciti in strada per rincorrerla si era come smaterializzata. Per gli investigatori questa versione è inverosimile, tanto che il 5 luglio 1999 viene arrestato per omicidio e occultamento di cadavere.

Viene infatti interpellato un luminare del settore che potesse indagare sulla possibilità concreta che Susy sia mai uscita da quel garage scavalcando la finestra. La finestra è in realtà un finestrone posto a un metro e mezzo dal pavimento e Susy era alta solo 1:55, aveva poca massa muscolare e anche dotandosi di un secchio con cui potersi aiutare per raggiungerla, la finestra risulta comunque poco agevole da attraversate, soprattutto in così poco tempo e soprattutto richiudendo le ante dall’esterno, così come sono state ritrovate. Un altro dato interessante è che la strada che Susy avrebbe percorso, intorno alle 14, era molto frequentata da pendolari che ritornavano da lavoro e bambini e ragazzi che rincasavano da scuola: eppure pare che nessuno l’abbia vista. Le ipotesi che si fanno sono due: o Susy è effettivamente riuscita a scappare da quella casa in cui non si sentiva a suo agio per incontrarsi, magari in macchina, con qualcuno che poi si è rivelato essere il suo carnefice, oppure è stata uccisa in casa, magari proprio da Barbagallo, in seguito ad una lite o un approccio rifiutato dalla ragazza. La verità non la sapremo mai, perché la Procura ha archiviato il caso e assolto l’imputato per non aver commesso il fatto.

La vita di Susy si è conclusa in un modo atroce, figlia dell’omertà e forse dell’ignoranza, giace ancora in quel campo aspettando giustizia.

Nel marzo del 2000, dopo poco tempo da un sopralluogo della truope di Blu Notte di Carlo Lucarelli, in quello stesso campo vengono rinvenuti gli indumenti che la ragazza portava quel giorno, parzialmente bruciati e adagiati vicino al cadavere di un cane. L’ultima notizia sul caso è aggiornata al 2015, quando la madre Rosa consegna al sostituto procuratore Maurizio Musco il cellulare conservato per tutti questi anni: è un vecchio telefonino con tecnologia e-tacs, di quelli che potevano solo ricevere e inviare telefonate. Il sistema permetteva di inviare la posizione del dispositivo ogni 6 minuti alla cella più vicina, in modo da essere sempre raggiungibili. Forse nuove perizie potrebbero dirci di più sul percorso che effettivamente Susy ha o non ha fatto poco prima di morire. Ad oggi, nonostante le numerose richieste di riapertura del caso, la morte di Susy è ancora un mistero.

Fonti

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